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La festa della mamma, quando la mamma non c'è!


In prossimità della Festa della Mamma, scuole, famiglie e contesti educativi si riempiono di disegni, pensieri, poesie e piccoli gesti simbolici dedicati alla figura materna ma spesso anche di dubbi.


Festeggiare o non festeggiare se in classe ci sono bambini che la mamma non ce l’hanno? Ma la vera domanda è: esistono davvero bambini senza mamma? La risposta è molto semplice: No.


È vero però che se per molti bambini questa ricorrenza rappresenta un momento di condivisione, appartenenza e gioia, per altri, invece, può attivare vissuti più complessi: dolore, nostalgia, rabbia, confusione, senso di perdita, domande rimaste sospese.

Esistono infatti bambini che non possono vivere la presenza concreta della propria madre, bambini che sono orfani, che sono stati abbandonati, che vivono in comunità educativa, che sono stati allontanati, abusati e che non hanno potuto sperimentare una relazione materna sufficientemente stabile, prevedibile o protettiva. Ma questo non significa che la figura materna non esista nel loro mondo interno.


Dire  “non ha la mamma” è, dal punto di vista psicologico, una semplificazione che rischia di non rispettare la complessità della storia di questi bambini.

La madre, infatti, non è soltanto una presenza concreta nella quotidianità. È anche una rappresentazione interna, una traccia psichica, una parte fondamentale della costruzione identitaria.


Nello sviluppo infantile, le figure di accudimento primarie contribuiscono alla formazione del senso di sé, dell’appartenenza, della continuità personale e le origini non riguardano solo la biologia: rappresentano un pezzo essenziale del modo in cui il bambino costruisce la propria narrazione interna, dà significato alla propria storia e organizza le proprie emozioni.


Quindi anche quando la relazione con la madre è stata interrotta, frammentata, traumatica o assente, quella figura continua a occupare uno spazio nel mondo interno del bambino ed è parte integrante della sua storia.

La mamma può vivere in un ricordo nitido oppure frammentato, in una fotografia custodita, in un odore, in una voce ricordata, in un nome pronunciato. Può vivere in domande senza risposta, può vivere nella fantasia e nell’ideale o nella rabbia e nella delusione.Altre volte in un vuoto difficile da nominare.


Ed è proprio qui che spesso gli adulti, mossi dal desiderio di proteggere, rischiano di commettere un errore comprensibile ma delicato: trasformare il tema materno in un argomento da evitare.


Quando una storia contiene sofferenza, perdita o trauma, la tentazione può essere quella di “non toccare quel tema”, di non nominare la mamma, di modificare attività scolastiche, di evitare ricorrenze simboliche, di cambiare argomento ogni volta che emerge una domanda.

L’intenzione è protettiva. Ma la verità è che il silenzio non protegge. Ciò che non viene nominato non scompare. Al contrario, tende a restare nella mente del bambino in modo più confuso, meno integrato, più difficile da elaborare.


I bambini percepiscono molto più di quanto riescano a verbalizzare. Sentono le assenze, registrano le differenze, colgono gli imbarazzi degli adulti. Quando un tema importante della loro storia non può essere nominato, il rischio è che interiorizzino l’idea che alcune parti di sé siano troppo dolorose, troppo complicate o addirittura “sbagliate” per essere condivise.


Questo può interferire con diversi processi evolutivi: la costruzione dell’identità, la regolazione emotiva, la fiducia relazionale, il senso di appartenenza.

Accogliere la storia del bambino non significa forzarlo a parlare. Non significa evocare dolore inutilmente. Non significa romanticizzare l’assenza o negare eventuali esperienze traumatiche.


Accogliere significa offrire uno spazio emotivamente sicuro in cui quella parte della sua storia possa esistere.

Significa permettere che possano emergere emozioni diverse, anche contrastanti. Perché il vissuto verso la figura materna non è sempre fatto di amore e nostalgia. Può contenere rabbia, delusione, paura, ambivalenza, desiderio di vicinanza e contemporaneamente bisogno di distanza.


Nei contesti educativi e familiari, questo implica un cambiamento importante: passare da una logica di evitamento a una logica di riconoscimento.

Non chiedersi “Come faccio a non far soffrire questo bambino?”Ma piuttosto: “Come posso aiutarlo a non sentirsi solo dentro quello che prova?”

Perché spesso ciò che ha un effetto riparativo non è eliminare il dolore, ma permettere che venga pensato, condiviso e contenuto nella relazione.


Un bambino che sente che la propria storia può essere guardata senza paura, nominata senza giudizio e accolta senza imbarazzo sviluppa maggiori possibilità di integrare anche le esperienze più complesse.

E questo vale anche durante la Festa della Mamma.

Per alcuni bambini questa giornata sarà fatta di colori, biglietti e sorrisi. Per altri sarà fatta di domande, ricordi, assenze o emozioni difficili da spiegare.

Nessuna di queste esperienze è sbagliata.


Ogni bambino ha diritto a una storia che possa essere raccontata. Anche quando quella storia contiene una mancanza. Anche quando contiene una ferita.

Perché la costruzione dell’identità non nasce da ciò che viene cancellato, ma da ciò che può finalmente trovare un posto.

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Dott.ssa Elisa Ciani  

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Via Novara n. 17 33037 Pasian di Prato (UD)

Tel: 349 5949691

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