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L’inutilità delle note disciplinari a scuola: perché danneggiano soprattutto i bambini


Nel sistema scolastico italiano, la nota disciplinare è da decenni uno degli strumenti più utilizzati per gestire il comportamento degli studenti. Nata con l’intento di correggere atteggiamenti ritenuti inadeguati e mantenere l’ordine in classe, la nota viene spesso considerata una misura educativa. Tuttavia, numerosi studi pedagogici e psicologici, così come l’esperienza quotidiana nelle scuole, mostrano come questo strumento sia non solo inefficace, ma potenzialmente dannoso, soprattutto quando applicato ai bambini.

Il primo grande limite delle note disciplinari è la loro natura essenzialmente punitiva. Scrivere una nota sul registro o sul diario non aiuta il bambino a comprendere l’errore commesso, né gli offre strumenti concreti per migliorare il proprio comportamento. Al contrario, la nota si limita a segnalare una colpa, spesso senza un reale confronto o un percorso di riflessione condivisa.


Nei bambini, il comportamento scorretto è quasi sempre un segnale: stanchezza, frustrazione, bisogno di attenzione, difficoltà emotive o semplicemente una fase normale dello sviluppo. Punire questi segnali con una nota significa ignorarne le cause e intervenire solo sull’effetto, senza risolvere il problema alla radice.

È importante distinguere chiaramente tra le note disciplinari e le conseguenze educative delle proprie azioni, due strumenti spesso confusi ma profondamente diversi per finalità ed effetti. Mentre la nota si limita a registrare un errore e a punirlo in modo astratto, la conseguenza educativa è direttamente collegata al comportamento del bambino e ha come obiettivo l’apprendimento, non la colpevolizzazione.


La nota è esterna, imposta dall’adulto e spesso sproporzionata rispetto all’azione: un segno sul registro che non ripara nulla e non insegna come comportarsi meglio. La conseguenza educativa, invece, è concreta, logica e comprensibile per il bambino. Se un bambino sporca, impara a pulire; se interrompe continuamente la lezione, riflette su come il suo comportamento influisce sugli altri e su come può rimediare; se rompe qualcosa, viene accompagnato a prendersene cura o a riparare il danno.

Questo tipo di conseguenze non umilia, ma responsabilizza. Il bambino non si sente “cattivo”, ma capisce di aver fatto una scelta e di poterne fare una diversa la volta successiva. In questo modo si sviluppano il senso di responsabilità, l’empatia e la capacità di autoregolazione, competenze fondamentali per la crescita personale e sociale.


Le conseguenze educative, inoltre, mantengono intatta la relazione tra adulto e bambino. L’insegnante non assume il ruolo di giudice, ma di guida, accompagnando il bambino nel riconoscere l’errore e nel trovare una soluzione. Questo rafforza la fiducia e rende il bambino più disponibile ad ascoltare e a migliorare.

Educare significa aiutare i bambini a comprendere il legame tra azioni e risultati, non etichettarli attraverso una nota scritta. Solo quando l’errore diventa occasione di apprendimento e riparazione, la scuola svolge davvero il suo ruolo formativo.

 

 

L’umiliazione come metodo educativo

Per molti bambini, la nota disciplinare è vissuta come un’esperienza umiliante. Sapere che il proprio nome è stato scritto sul registro, che l’errore verrà letto dai genitori o discusso davanti ad altri adulti, genera vergogna e paura, non consapevolezza. L’umiliazione, però, non è mai educativa.

Questo meccanismo rischia di minare l’autostima dei bambini, soprattutto di quelli più sensibili o già in difficoltà. Un bambino etichettato come “problematico” o “indisciplinato” può finire per interiorizzare quell’immagine, convincendosi di non essere capace di fare meglio. In questo modo, la nota non corregge il comportamento, ma contribuisce a consolidarlo.


Un rapporto scuola-famiglia basato sul conflitto

Le note disciplinari finiscono spesso per trasformarsi in strumenti di accusa anche nei confronti delle famiglie. Il messaggio implicito è chiaro: “tuo figlio ha sbagliato, e tu non l’hai educato abbastanza”. Questo approccio genera tensioni, difese e incomprensioni, anziché collaborazione.

Invece di costruire un’alleanza educativa tra scuola e famiglia, la nota crea un clima di giudizio e sospetto. I genitori possono reagire con punizioni sproporzionate, rabbia o, al contrario, con una totale delegittimazione dell’insegnante, lasciando il bambino schiacciato tra due fronti contrapposti.


I danni emotivi e relazionali

Un altro aspetto fondamentale è l’assoluta inefficacia delle note sul lungo periodo. Numerose osservazioni dimostrano che i bambini che ricevono note ripetute non migliorano il loro comportamento; spesso peggiorano. Il bambino si abitua alla sanzione, perde motivazione e smette di percepire la scuola come un luogo sicuro e accogliente.

In alcuni casi, le note diventano una sorta di “copione”: l’alunno sa già che verrà punito e finisce per comportarsi di conseguenza, rafforzando un circolo vizioso che allontana sempre di più dall’apprendimento e dal benessere scolastico.

Le conseguenze più gravi delle note disciplinari riguardano la sfera emotiva. Ansia, paura di sbagliare, rifiuto della scuola, calo della motivazione e della fiducia negli adulti sono effetti frequenti. Nei bambini più piccoli, tutto questo può tradursi in somatizzazioni, pianto, regressioni comportamentali o chiusura emotiva.

Dal punto di vista relazionale, la nota rompe il rapporto di fiducia tra insegnante e alunno. Il bambino smette di vedere l’adulto come una guida e lo percepisce come un giudice. Senza fiducia, non può esserci vera educazione.


Alternative educative possibili

Esistono approcci molto più efficaci e rispettosi dello sviluppo infantile: il dialogo, l’ascolto attivo, la mediazione dei conflitti, la riflessione conndivisa e guidata e la responsabilizzazione graduale e le pratiche di giustizia riparativa. Parlare con il bambino, aiutarlo a riconoscere le emozioni, coinvolgerlo nella ricerca di soluzioni è molto più educativo di qualsiasi nota scritta su un registro.

Educare non significa punire, ma accompagnare. La scuola dovrebbe essere un luogo in cui si impara anche a sbagliare, senza paura di essere marchiati.

Ripensare il sistema disciplinare non è un segno di debolezza, ma di maturità educativa. Una scuola davvero educativa non punisce il bambino per quello che non sa ancora essere, ma lo guida con pazienza verso ciò che può diventare valorizzando l’errore e vivendolo come un’occasione preziosa di apprendimento.

 

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Dott.ssa Elisa Ciani  

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